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THE
MANNISH BOYS (Live Show)
Source: Ilpopolode Blues
Date: Luca Lupoli
Writer: 09/2005
Cognac
Blues Passions 2005 (28-31 luglio 2005)
La
musica:
Ci perdoneranno i puristi se cominciamo questa cronaca
parlando di un bianco, Paul Oscher , primo armonicista
di Muddy Waters ai tempi d’oro del Chicago Blues,
assolutamente straordinario, in beata solitudine,
nel cimentarsi all’armonica, chitarra, piano
nella rilettura di classici quali “Sail on”,
“Sugar mama” e “Blues before sunrise”.
Un talento enorme che si é esibito nell’atmosfera
quasi religiosa della cantina del castello Ochard,
di fronte ad un pubblico pronto a tributargli le giuste
ovazioni nonostante il caldo soffocante.
Terry
Callier è un folk-singer da piccolo club, non
un vero bluesman, ma ha suonato un set di grande fascino,
sul palco grande soprannominato Blues Paradise, accompagnato
da una band all’altezza rivelandosi a coloro
che ancora non lo conoscevano. Da ascoltare il suo
ultimo CD “Lookin’ out” (Universal
2004) ma soprattutto “Live at Mother Blues 1964”
(Prominent records 2000).
Eddie
“The Chief” Clearwater ha lasciato tutti
a bocca aperta: negletto dalla critica più
cieca – i critici sono per definizione sordi
e ciechi, ma molto ciarlieri - come un bluesman alla
frutta, buono giusto per qualche rock’n’roll,
The Chief sfoderava la sua arte migliore, i blues
lenti come “I came up the hard way” e
“I’m stuck in lonesome town”, due
piccoli capolavori, cantando con convinzione e lavorando
assoli bollenti. Lo accompagnavano Los Straitjackets
, un ottimo gruppo finto-ispano di rock’n’roll/surf,
molto divertenti. Per Willie King , bluesman carismatico
dell’Alabama, il discorso si fa più articolato.
Si tratta d’artista complesso nonostante l’apparente
semplicità della sua musica e del suo messaggio
– è la povertà il vero terrorismo
e solo l’amore tra gl’uomini e la fede
in Dio può sovvertire quest’andazzo.
Al
castello Ochard, con George Higgs , ha suonato un
set acustico di sconvolgente bellezza, Downhome Blues
vecchio stile, due chitarre, armonica e canto, tra
“Spoonful”, “Fannie Mae” e
“It hurts me too” dove la timidezza di
Higgs s’è sciolta in un assolo notevole
all’armonica. Di rinforzo sono apparsi Mudcat
, molto migliorato, e Tim Duffy , il patron di Music
Maker, mentre il pubblico si spellava le mani. Altro
discorso quando King s’esibisce coi Liberators
– un nome piuttosto bellicoso visto che i Liberators
erano i bombardieri americani, detti anche fortezze
volanti, che ridussero in briciole diverse città
tedesche e giapponesi nella seconda guerra mondiale.
I Liberators che hanno “bombardato” Cognac,
suonando in quattro o cinque posti differenti, sono
un gruppo modesto che sta in piedi grazie a King,
all’elettrica piuttosto spontaneo, e al suo
batterista. Molto interessante la cantante Pyeng Threadgill
che a dispetto del nome esotico fa del jazz-blues
creativo – notevole la sua rielaborazione di
“Dust my broom” - con un gruppo piuttosto
versatile. Il nome di Adolphus Bell non dirà
niente a nessuno: trattasi probabilmente dell’ennesima
scoperta di Tim Duffy, tutto sommato niente male,
un one-man band che s’esercita su pezzi di varia
estrazione come “Ain’t no sunshine”,
“Johnny be goode” e “Stormy Monday”.
Ancora tra gl’acustici, Franck Goldwasser ,
chitarrista francese trapiantato negli States da molti
anni, e l’armonicista Johnny Dyer hanno suonato
un buon set, molto composto.
Ha
un pò deluso Mavis Staples , attorniata da
un gruppo assai professionale, parlando molto ma soprattutto
cantando poco, e poco Blues tra “Will the circle
be unbroken” e “The weight”. I Mannish
Boy son risultati leggermente dispersivi: la classe
cristallina di Finis Tasby al canto, Leon Blue al
piano e Kid Ramos alla chitarra ha salvato baracca
e burattini, tappando le falle. Momento topico: Ramos
spicca il volo in “As the years go passing by”
e quando Tasby riprende a cantare alla fine dell’assolo
di Ramos, s’é capito che il Blues, insieme
agl’anni, era passato da quelle parti. Sempre
in forma il navigato Lazy Lester , meno lucido dal
vivo che su disco, in questa occasione felicemente
accompagnato da uno dei padri del blues esagonale,
l’armonicista Benoît Blues Boy .Otis Taylor
, con la figlia Cassie ora al basso, e due violonisti,
sembra ripetersi. L’idea delle due viole potrebbe
maturare qualche novità, ma la sensazione é
che Taylor riproduca all’infinito il suo trance-blues,
accativante ma sostanzialmente immutabile.
The
Lee Boys suonano in uno stile vicino a Robert Randolph,
il bambino prodigio della Steel-guitar; nella loro
musica sembra esserci più rock che soul o gospel,
la chiesa ha definitivamente lasciato il posto ad
una visione laica della steel. Peccato per l’alfiere
dell’acid jazz contemporaneo, il sassofonista
Roy Hardgrove il quale é sembrato, coi suoi
RH Factor , attaccare un pezzo fusion dietro l’altro
e tirare avanti un’ora senza molto costrutto.
Da tener d’occhio Bjorn Berge , un chitarrista-cantante
norvegese dall’aria piuttosto arrabbiata che
ricorda Richard Johnston. Tra gl’autoctoni,
veramente notevoli Bulldog Gravy , gruppo blues-roots
già originale nella formazione, due percussionisti,
contrabbasso, armonica, chitarrista slide e cantante
con chitarra acustica. Sophie Kay , chitarrista cantante,
offre un blues dalle tinte fortemente francofone,
canzone d’autore si direbbe in Italia, veramente
orginale. Ze Bluetones hanno vinto il premio come
gruppo più promettente del festival, un riconoscimento
dell’organizzazione per incoraggiare i giovani
a suonare il Blues.
Maglia
nera, dispiace dirlo ma la cronaca lo esige, a Sugar
Pie de Santo . Difficile dire cosa passi per la testa
di questa cantante dal curriculum onusto di gloria.
S’é esibita – il verbo cade a pennello
– sempre nello stesso sketch. Dopo aver assestato
un certo numero di battutazze oscene, carpiva un malcapitato
astante di sesso maschile, s’é tirata
su la gonna e ha cominciato a strusciarglisi contro,
ohibò, a gambe aperte. Anche facendo astrazione
del fatto che la de Santo ha settanta anni e passa,
per sovrammercato, la qualità delle sue interpretazioni
canore non faceva onore al suo passato. Dopo un momento
di stupore, sia pubblico che musicisti hanno fatto,
con molta eleganza, finta di niente. Non spa(e)rate
sulle vecchiette.
... e il resto
Miglior
festival di Blues estivo: ormai Blues Passions si
porta dietro questa nomea, una bella reputazione che
va comunque onorata. Lo scenario é un pezzo
pregiato di vera campagna francese, non lontano dall’Atlantico,
per una quattro giorni di musica, così varia
e intensa da lasciare vagamente storditi. Cominciamo
con i punti negativi che sono in quantità minima.
Questo inizio di secolo é, in questa parte
dell’emisfero, sotto alta sorveglianza; a pochi
giorni dalle bombe di Londra, governare qualche migliaio
di spettatori diventava sforzo improbo e Cognac é
tradizionalmente stato un festival dove la sicurezza
gioca un ruolo efficace ma defilato, in ossequio al
principio del festival per tutti, dal fanatico del
Blues al coltivatore di meloni – eccellenti
in questa fetta d’Europa – insomma musica
per grandi e piccini. E la security é stata
perfetta o quasi, anche se nessuno ha capito perché
i fotografi fossero i più tartassati, con le
regole della “piscina” sotto il palco
che cambiavano ogni ora. Risultato: impossibile fare
foto senza discussioni, rimproveri e qualche spintone.
Tenuto conto che la stampa porta in palmo di mano
questo festival, forse sarebbe meglio ripensare questo
dettaglio. Che resta pur sempre un dettaglio, affogato
in tanto Blues con delle stelle luccicanti come Paul
Oscher, Terry Callier, il vecchio ma validissimo Eddie
Clearwater. Piccoli suggerimenti: si potrebbe aumentare
la presenza giovanile, cioé lavorare sulle
scuole ed università prospicenti, per evitare
una certa aria da gerontocomio felice. Si potrebbe
invitare qualche gruppo europeo in più per
evitare la dominazione franco-americana. Comunque
sia, Cognac tien salda lo scettro di miglior festival
estivo in Europa; al di là della bellezza intrinseca
del luogo, non vanno dimenticati i concerti gratuiti
che son la maggioranza, le riduzioni per studenti,
disoccupati ed altre categorie meno fortunate; i prezzi
comunque contenuti, 85 euro per 20 concerti paganti
non concomitanti, più di 60 artisti per quattro
giorni, le conferenze e i masters musicali. Per l’alloggio
si può scegliere tra il campeggio, bed &
breakfast – qui chiamato “Chez l’habitant”
– cinque o sei hotels a tre/due stelle da cui
si può raggiungere il festival a piedi.
Date un’occhiata al sito www.bluespassions.com
, Cognac dista 120 chilometri da Bordeaux, verso nord-est,
forse un pò lontana dall’Italia; Parigi
è a due ore di treno, ma ne vale assolutamente
la pena. |
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